
Capita talvolta di risvegliarsi con un senso di “oltre”, di gioia indefinita, di comprensione e, intuitivamente, si avverte di aver toccato qualcosa durante il sonno e i sogni. Qualcosa che sembra essere oltre la propria persona. Si sente di non aver avuto dei semplici sogni personali, ma si ha l’impressione di aver avuto una esperienza trascendentale.
Quando parlo di sogni personali e sogni spirituali, non intendo dividere il mondo onirico tra “scienza” e “mistero”. Il mio intento è piuttosto quello di proporre una distinzione pratica, utile soprattutto a chi lavora regolarmente sui propri sogni e cerca di interpretarne il significato.
Da una parte ci sono i sogni che nascono dalla propria storia personale, dai conflitti psicologici, dalle emozioni, dai desideri, dalle paure o anche dalla propria fisicità. Dall’altra ci sono sogni che sembrano avere un sapore diverso, una qualità più ampia, più “alta”, profondamente benefica e, soprattutto, sembrano essere portatori di una saggezza che il sognatore percepisce come proveniente da qualcosa che trascende la propria psiche individuale.
Parto dai sogni personali, perché sono quelli più diffusi. La ricerca psicologica e neuroscientifica descrive spesso il sogno come un’attività mentale che rielabora frammenti di memoria, emozioni, preoccupazioni, relazioni, e costruisce narrazioni più o meno bizzarre, e che riflettono la vita psichica del sognatore. Il punto da sottolineare è questo: il materiale viene dalla psiche del sognatore. È possibile dare senso a questo materiale personale, estrarne ciò che io chiamo “il messaggio del sogno”, proveniente dalla parte più profonda, saggia e integra di noi stessi – il Vero Sé.
Il contenuto onirico dei sogni personali è influenzato da ciò che facciamo e da ciò che sentiamo da svegli, dai temi irrisolti che trasciniamo nella vita quotidiana anche da anni.
Fin qui il terreno è personale. Quello che io chiamo “sogno spirituale” è, invece, caratterizzato dal sentire profondo della persona che ciò che ha sognato derivi, in parte o completamente, da un’influenza esterna e superiore. I sentimenti che il sogno lascia sono di gioia senza oggetto, di consolazione e di comprensione. Ovviamente, sto qui parlando di sensazioni assolutamente soggettive e individuali, ma d’altra parte la dimensione spirituale non è materia scientifica: le esperienze spirituali (fino ad oggi) non sono ripetibili mediante esperimenti di laboratorio.
In molte culture e tradizioni religiose, i sogni sono stati considerati canali di guida, rivelazione, conforto, o monito da parte di entità superiori all’essere umano. E anche oggi sappiamo che la spiritualità e la religiosità possono influenzare il tipo di immagini che emergono nel sonno.
Ma alcuni sogni non sono soltanto “religiosi” o “spirituali” nel contenuto, tipo angeli, templi, preghiere. Sono spirituali nel tono, nella qualità dell’esperienza. Carl Gustav Jung chiamava certi sogni “grandi”, o comunque li descriveva come sogni con un carattere numinoso, cioè impressionanti, carichi di senso, vicini ai motivi del mito e li distingueva dai sogni “piccoli”, di carattere personale. In uno dei suoi seminari in tema di sogni Jung affermò: “I nostri piccoli sogni non hanno un’importanza così grande, ma in qualsiasi sogno comune possiamo scorgere la stessa funzione di guida e un tentativo di risoluzione dei problemi”. Jung, quindi, non negava la funzione di guida dei sogni ordinari e personali, ma prestava attenzione anche ai sogni “grandi”, recanti messaggi di ordine superiore.
Parlare delle esperienze spirituali è sempre difficile, perché il linguaggio umano si è formato soprattutto per descrivere e organizzare la realtà concreta e materiale. A questo proposito torna utile il lavoro dello psicologo e filosofo americano William James, che, descrivendo le esperienze mistiche, ne mise in evidenza alcune caratteristiche ricorrenti: la difficoltà di esprimerle adeguatamente a parole, la loro breve durata, la capacità di lasciare effetti profondi e persistenti e il fatto di essere vissute come qualcosa che “accade” alla persona più che come qualcosa che essa produce volontariamente.
Allo stesso modo, un sogno spirituale tende ad avere una qualità di rivelazione, anche quando non “rivela” nulla di concreto o facilmente traducibile in parole. Spesso lascia una traccia emotiva intensa, una sensazione di profondità, significato o apertura che continua ad accompagnare il sognatore nelle ore o persino nei giorni successivi.
Ora vengo alla parte pratica, quella che interessa davvero quando si riporta un sogno sul proprio Diario dei sogni. Come si distingue un sogno spirituale da un sogno personale?
Il primo indizio è l’impatto al risveglio. Il sogno personale spesso lascia qualcosa di noto e riconoscibile: fastidio, ansia, eccitazione, nostalgia: tutti vissuti che generalmente si conoscono bene e che caratterizzano il quotidiano. Il sogno spirituale, invece, anche quando è semplice, tende a lasciare una “firma” più pulita: gioia, calma, gratitudine, coraggio, fiducia, oppure una commozione composta. Non è euforia, non è agitazione, è “centratura”.
Il secondo indizio è la struttura. Il sogno personale è spesso piuttosto articolato, quasi un piccolo racconto: solitamente presenta un inizio, uno svolgimento e una conclusione, con personaggi, cambi di scena e dettagli anche molto diversi tra loro. Il sogno spirituale, invece, tende a essere più essenziale e concentrato: poche immagini, ma particolarmente dense di significato. A volte consiste in una sola scena, in un unico incontro o in un’immagine che sembra racchiudere tutto il senso dell’esperienza. Questa maggiore essenzialità narrativa ricorda, senza voler stabilire equivalenze rigide, le descrizioni che alcuni autori hanno dato dei “big dreams” o dei sogni archetipici: sogni coerenti, intensi e memorabili rispetto alla normale attività onirica e capaci di lasciare nel sognatore l’impressione di aver vissuto qualcosa di particolarmente significativo.
Il terzo indizio è il tipo di simbolo. Nei sogni personali i simboli sono spesso cuciti sulla propria biografia: la propria casa, i colleghi di lavoro, la scuola dell’infanzia, l'ex moglie, il proprio cane, il proprio telefono. Nei sogni spirituali compaiono più facilmente simboli “grandi”: luce, montagne, ponti, cupole, oceani, templi, mandala, figure autorevoli, animali che hanno uno sguardo intelligente. Non è la presenza del simbolo “mistico” a fare la differenza, ma il senso di universalità, come se il sogno parlasse in una lingua molto più antica della mia quotidianità.
Il quarto indizio dei sogni spirituali sta nel fatto che non è possibile interpretarli con il metodo psicologico classico che permette di ricondurre i simboli onirici alle parti della psiche del sognatore. In altre parole, gli elementi di questi sogni non sono riconducibili alla vita psichica di chi sogna.
Il quinto indizio sta nel fatto che talvolta il sognatore riceva in sogno una chiara prescrizione: “Fai così e così”, “lavora con umiltà”, “impegnati di più per imparare ad amare”.
Il sesto indizio consiste nel perdurare nel tempo della memoria del sogno. Un sogno spirituale tende ad essere ricordato per tutta la vita. Il suo impatto “numinoso”, direbbe Jung, è così intenso che il sognatore lo serba tra i suoi ricordi più cari e – spesso – segreti fino alla fine dei suoi giorni.
Riporto qui di seguito un sogno spirituale narrato da Don Bosco nelle sue Memorie. Questa autobiografia fu scritta tra il 1873 e il 1875, quando l’autore aveva 58 anni, per ordine di Pio IX, che probabilmente riteneva i fatti degni di memoria.
“A quell'età [9 anni] ho fatto un sogno. Sarebbe rimasto profondamente impresso nella mia mente per tutta la vita. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse: - Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva, e che l'amicizia con il Signore è un bene prezioso.
Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace a parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi gli domandai:
- Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?
- Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili - rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza.
- Come potrò acquistare la scienza?
- Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante.
- Ma chi siete voi?
- Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.
- La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome.
- Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse:
- Guarda.
Guardai, e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse:
- Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.
Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell'uomo e a quella signora.
A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse:
- A suo tempo, tutto comprenderai.
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa. Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti.
Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: «Diventerai un pecoraio». Mia madre: «Chissà che non abbia a diventare prete». Antonio malignò: «Sarai un capo di briganti». L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva niente di teologia, che non sapeva né leggere né scrivere: «Non bisogna credere ai sogni».
Io ero del parere della nonna. Tuttavia, quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla mente.”
Il sogno ha tre marcatori fortissimi di “spiritualità”: primo, l'aspetto numinoso degli elementi del sogno (il volto luminoso, il manto stellato). Secondo, l’elemento di insegnamento diretto: il sogno non è solo simbolico, è anche prescrittivo (“non picchiandoli…”, “spiegagli che…”). Terzo, la persistenza nel tempo: Don Bosco stesso scrive che il sogno gli rimase impresso per tutta la vita, e lo collega retrospettivamente a ciò che verrà.
Un punto delicato va però sottolineato: il rischio del “bypass spirituale”. I sogni spirituali sono molto rari, per questo motivo consiglio di essere molto cauti prima di considerare un sogno spirituale anziché personale.
Il rischio consiste nel considerare spirituale un sogno che è invece personale e ordinario e, così facendo, perdere un’occasione preziosa per lavorare su di sé e guardare con maggiore attenzione alla propria umanità terrena, magari un po’ disordinata, ma bisognosa di cura, responsabilità e disciplina.
Scambiare un sogno personale per uno spirituale significa dunque allontanarsi dai problemi invece di affrontarli. Se il sogno è davvero spirituale, dovrebbe produrre anche una conseguenza concreta: portarci più vicini a noi stessi e agli altri, con maggiore lucidità, apertura e gentilezza.
Se invece stiamo attribuendo un significato spirituale a un sogno personale, il rischio è quello di utilizzare l’attività onirica per sentirci speciali, superiori o eccezionali. In altre parole, per fare un po’ i “pavoni onirici”.